Sostenibilità ambientale
Come già evidenziato, non solo l’argomento prioritario e drammatico dell’inquinamento da gas serra, che minaccia di rendere irreversibile e disastroso il cambiamento climatico, ma anche tutti gli altri aspetti che attengono alla salvaguardia dell’ambiente, richiedono alcune condizioni essenziali perché possano essere affrontati con la dovuta tempestività e con l’efficacia e la stabilità che occorrono.
La prima condizione è che si crei una gestione di livello planetario dell’intero problema della sostenibilità ambientale. Infatti, l’interdipendenza, a tale livello, sia per i fenomeni naturali, particolarmente per quelli climatici, sia per i singoli provvedimenti normativi condizionati dalla crescente globalizzazione, rende assolutamente indispensabile che, in nome dell’interesse comune al mantenimento di condizioni naturali di vita sul pianeta che ci ospita, i provvedimenti occorrenti siano contemporaneamente estesi, coordinati e imposti nell’intero pianeta.
Il che significa che l’intero argomento deve essere di competenza di un ente sovranazionale, al quale quindi i singoli Stati devono cedere la relativa sovranità, e dal quale devono pervenire le indicazioni e i provvedimenti che nei singoli luoghi dovranno trovare attuazione e coordinamento.
E poiché siamo lontanissimi da tali condizioni, prevalendo individualismo, anche crescente sovranismo, concorrenza conflittuale e anche sleale, mancanza di lungimiranza e disinteresse al bene comune e delle future generazioni, non possiamo sperare che siano i poteri, le istituzioni e la politica oggi dominanti a prendere l’iniziativa di tale conversione; e dunque, è assolutamente necessario che quel movimento spontaneo, sociale, che a livello internazionale sta insorgendo con manifestazioni che richiedono interventi immediati, tempestivi ed efficaci, assuma consistenza globalizzata, si coordini in modo unitario al suo interno e si strutturi in termini che gli assicurino persistenza, diritto istituzionalizzato alla partecipazione e capacità, formale e sostanziale, di condizionare adeguatamente sia le istituzioni politiche che tutti i poteri resistenti e conservatori.
Perché il movimento possa assumere tale capacità di indicare e pretendere, e la politica sia in grado di attuare i provvedimenti giusti, quelli che siano tempestivi, efficaci, coordinati e nella progressione che occorre, sia il movimento che la politica devono essere guidati dalla conoscenza; che è ulteriore condizione, tanto necessaria, quanto spesso trascurata e denigrata. La politica ha diritto a indicare le scelte, ma la conoscenza delle condizioni occorrenti per raggiungerle e delle conseguenze derivanti dai provvedimenti, quella conoscenza che guida nel concreto il percorso da seguire, deve essere riconosciuta come essenziale e di competenza dei tecnici. E quando, come ora è, i valori e le relative mete sono già ben determinati e urgenti, suggeriti dai fenomeni naturali in corso e chiaramente indicati dall’azione politica diretta della società civile attraverso le crescenti manifestazioni, allora la politica delle istituzioni deve solo sensibilizzarsi a tali esigenze e passare, senza remore e resistenze, a richiedere la conoscenza e la competenza dei tecnici, la guida degli esperti, per individuare i provvedimenti occorrenti, possibili, efficaci e tempestivi.
Allo stato attuale esistono, in campo internazionale, enti che si occupano della sostenibilità ambientale e particolarmente del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Se ne occupa l’ONU, l’Ipcc (Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico), l’Organizzazione mondiale della sanità, la Banca Mondiale; ma questi enti si limitano a rilevare la situazione, indicarne la gravità e dare solo direttive di massima sugli interventi occorrenti. Né si ha l’apporto occorrente dagli esperti personali dei politici del settore, trattandosi di un apporto limitato e comunque subordinato e condizionato alla volontà del politico. Il risultato, infatti, è assolutamente inadeguato, tant’è che la politica ha saputo produrre solo l’accordo di Parigi, in concreto non riconosciuto da alcuni Stati, compresi gli USA, e in buona parte rimasto come pura velleità, disattesa in ordine a provvedimenti concreti, non determinati e soggetti a resistenze e rinvii. E’ evidente, dunque, che gli allarmi seguiti da semplici indicazioni di massima o accordi che si limitano ad indicare le mete non sono sufficienti; infatti occorre, ulteriormente, che dalla conoscenza di tutte le opportunità offerte dalla scienza e dalla tecnologia si individuino tutti i provvedimenti concreti da attuare nei vari settori e che ci siano enti ad ogni livello, compreso quello mondiale, che abbiano il potere di richiederne e assicurarne l’attuazione, formulando regole precise, realizzative di tutte le trasformazioni necessarie e dell’urgenza non più trascurabile. Dunque, occorre che nel movimento della società civile e nelle istituzioni pubbliche venga costituita, nei vari livelli, compresa quella mondiale, una entità (Authority?) composta da esperti; i quali diano affidamento di competenza, indipendenza e interesse al bene comune, e abbiano il compito di andare oltre la semplice indicazione delle emergenze, prendano iniziative concrete di stimolo verso le strutture politiche, forniscano a chi debba richiedere e/o adottare i provvedimenti, la necessaria conoscenza, nei vari settori, e per quanto qui interessa, nel settore della sostenibilità ambientale. Conoscenza delle situazioni sulle quali si va ad intervenire, conoscenza di tutte le opzioni che lo stato della scienza e delle tecnologie consentono, conoscenza delle conseguenze, positive e/o negative, derivanti dalle varie ipotesi di intervento; indicazione della scelta opportuna, del percorso relativo e dei coordinamenti necessari. Conoscenza che, dunque, deve assicurare la tempestività e l’efficacia che ormai sono indispensabili, attraverso l’utilizzazione ottimale di tutto quanto l’evoluzione scientifica e tecnologica va offrendo. Non si chiede che la politica sia affidata ai tecnocrati; si chiede che quando manifestazioni della società e necessità urgenti, ormai condivise, evidenziate dagli scienziati e dai disastri crescenti, indicano precise scelte di valori e di mete per le quali intervenire, la politica abbandoni le resistenze e chieda ai tecnici aiuto per le soluzioni da adottare, quelle soluzioni che anche se scuotono interessi costituiti e resistenze conservatrici, siano in grado di salvare il pianeta dalla rovina e che quindi, in ultima analisi, sono nell’interesse di tutti, compresi coloro che, per egoismo e sostanziale ignoranza, resistono. Non si ignora che nella Pubblica Amministrazione, nel Governo e nel Parlamento ci siano esperti con compiti istituzionali o quali consulenti personali, certamente utili e funzionali all’esigenza della conoscenza; ma la loro opera è limitata a settori specifici, personale e soggetta all’esigenza di dare sostegno a quanto, spesso, è già deciso per opportunità politiche. Dunque, la loro conoscenza può anche essere utilizzata ma non può assolvere al compito sopra previsto per una apposita formazione collegiale di esperti.
Ulteriore importantissima condizione è che, oltre a reclamare, indicare e pretendere l’intervento risolutivo della politica, in tutti i luoghi del pianeta la società civile assuma la cultura della sostenibilità ambientale e adotti, in ogni settore, i comportamenti ad essa relativi, di risparmio, riuso, riciclo, raccolta differenziata, scelte nei consumi, nella mobilità, in ogni comportamento rilevante. Partecipazione individuale che va richiesta, stimolata e aiutata, particolarmente negli ambienti sociali meno sensibili all’esigenza culturale, o resistenti ai costi e ai sacrifici connessi a tale partecipazione, come è generalmente nelle periferie delle città e come avviene nei Paesi emergenti, che giustamente imputano ai Paesi progrediti la responsabilità dell’emergenza climatica determinata.
Concorrendo tutte queste condizioni, possono superarsi resistenze, negazionismi, tempi lunghi, eccessi burocratici, rinvii, scelte sbagliate, e iniziare con i provvedimenti, quelli occorrenti. Naturalmente necessitano fondi, pubblici e privati, di notevole entità, che, come per molte altre innovazioni del programma, andranno procurati attivando tutte le possibili fonti. L’argomento sarà trattato, per rispondere anche all’esigenza degli enormi finanziamenti occorrenti, nella parte finale del Programma, col titolo (Partecipazione, Organizzazione, Conoscenza, Finanziamento) che riprende l’indicazione, fatta già nelle prime pagine, degli elementi essenziali all’attuazione del Programma. Ma già deve evidenziarsi come tutte le innovazioni se da un lato comporteranno costi, d’altro lato offriranno rilevanti opportunità di nuove attività produttive, a loro volta condizionate dall’esigenza di nuovi contenuti nell’istruzione e nella formazione. Dunque, sarà necessario che le nuove opportunità di lavoro, di economia reale e occupazione vengano utilizzate e favorite e d’altra parte la tempestiva preparazione delle nuove abilità e professionalità riceva tutta la necessaria attenzione e l’attuazione richieste, a tutti i livelli, innovando su cultura, istruzione e formazione.
I singoli settori interessati all’applicazione di questa complessa azione innovativa, per riportare il nostro ambiente planetario a condizioni di sostenibilità e di vivibilità, già in precedenza sono stati sommariamente richiamati in più occasioni del programma; ora vengono esaminati in termini più dettagliati, rimanendo comunque fermo, come detto sopra, che il compito di individuare ed eseguire i singoli provvedimenti compete all’azione coordinata degli esperti, della società civile e della politica, assecondata dal coerente comportamento individuale.
Priorità assoluta ha l’esigenza di intervenire sul problema del surriscaldamento atmosferico, che determina i disastri crescenti del cambiamento climatico, e quindi richiede di risolvere l’inquinamento da gas serra che ne è causa. A questo fine occorrono provvedimenti molto più immediati, completi e coordinati di quanto indicano gli accordi internazionali in corso, tra l’altro non accolti da alcuni Stati e applicati con ritardi e continui rinvii. Provvedimenti ben diversi da quanto si è tentato con il mercato ETS dei “diritti ad inquinare”. Occorre intervenire con l’ampiezza e la velocità che assicurino di riportare il clima, con certezza e in tempi più tempestivi e immediati possibili, a stabili condizioni di sostenibilità, per la collettività attuale e per le generazioni future. Occorre dunque, con la dovuta urgenza e contemporaneamente: 1) sostenere lo sviluppo rapido, scientifico e tecnologico, della produzione di energia da tutte le fonti rinnovabili e non inquinanti, quali sono quella idroelettrica, solare, eolica, marina, da biomasse, da termovalorizzazione; 2) accelerare di conseguenza la transizione all’uso di queste energie, in sostituzione di quella, esauribile e inquinante, derivante da fonti fossili, 3) sostenere tale transizione con provvedimenti che da un lato la impongano a tutti, prevedendo sanzioni per gli inadempienti, e d’altro lato ne favoriscano l’economicità con aiuti, anche fiscali; 4) adottare, in tutti i settori produttivi, il massimo risparmio energetico; 5) utilizzare il gas e l’idrogeno per quanto possano inizialmente aiutare la decarbonizzazione, 6) per favorire i necessari trasferimenti nel tempo e nello spazio dell’uso dell’energia prodotta, intervenire opportunamente anche in ordine allo stoccaggio dell’energia e alle reti di alta tensione; 7) escludendo interventi che possano pericolosamente interferire su equilibri naturali, sostenere ricerca, sviluppo tecnologico e provvedimenti attuativi in ordine a tutti i possibili modi di eliminare i gas serra già prodotti (es. interramento, stoccaggio della CO2, sua trasformazione chimica); proteggere le foreste dagli interessi economici che tendono a distruggerle e sviluppare il verde sul territorio, difendendo il terreno dall’eccesso di cementificazione, introducendo il verde nell’edilizia e stimolando anche i cittadini alla creazione di verde.
Allo sforzo per la transizione può certamente contribuire quanto si è previsto in ordine alla socializzazione dei beni comuni, utili alla produzione di energia e di prodotti (es. petrolio, gas e terre rare), offerti a tutti dal sottosuolo del pianeta che ci ospita; infatti una gestione socializzata di tali beni può essere utilizzata per favorire la progressività della transizione. Inoltre, un discorso particolare riguarda l’uso dell’energia atomica, quella da fissione. Infatti non solo l’interdipendenza intervenuta favorisce sul piano economico della concorrenza gli Stati che ne posseggono gli impianti, ma è certo e già successo che le conseguenze di incidenti si estendano ben oltre il territorio di tali Stati; pertanto è opportuno che anche la creazione di tale energia sia gestita a livello planetario, lasciando alla struttura di esperti, di cui si è detto, la decisione sull’opportunità di tale produzione, valutando rischi e rilevanza economica nell’interesse comune e nell’insieme dell’intero sistema di transizione all’energia rinnovabile; e naturalmente con una decisione, di diniego o di sostegno, valida per tutti gli Stati.
I provvedimenti ora elencati per intervenire sul problema prioritario del surriscaldamento atmosferico e del conseguente cambiamento climatico vanno naturalmente applicati in tutti i settori responsabili della creazione di gas serra. I principali sono trasporti, mobilità, industria, agricoltura. Per trasporti e mobilità è certamente essenziale che tutti i relativi mezzi passino all’uso di energia da fonti rinnovabili e non inquinanti. Ciò riguarda non soltanto il trasporto via gomma, essendo noto che notevolmente inquinano anche gli aerei e le navi. Inoltre, è evidente che, specialmente nella fase iniziale della transizione, si debbano adottare tutte le altre modalità idonee a contrastare l’emissione dei gas serra. Bisognerà, pertanto, favorire e utilizzare l’evoluzione tecnologica funzionale allo scopo, orientare cultura e consumo alla scelta dei mezzi meno inquinanti, munire tutte le città di una rete di piste ciclabili che consenta di abbandonare l’auto per tutti gli spostamenti quotidiani, consentire che tali piste siano usate anche da tutti i piccoli mezzi a trazione elettrica quali monopattini e simili, favorire l’uso di tali mezzi in sostituzione dell’auto creando appositi parcheggi e ogni altro sistema di accoglienza (armadietti e doccia nei luoghi di lavoro), creare parcheggi anche per le auto, per evitare che la loro carenza induca aumento della circolazione, scoraggiare l’uso in città di auto di grandi dimensioni, incentivare l’uso del car sharing, spingere le imprese ad adottare ogni possibile iniziativa che favorisca il trasporto del personale, spostare servizi pubblici molto frequentati in zone meno congestionate dal traffico, incentivare il telelavoro per ridurre notevolmente motivi di mobilità e trasporti attraverso l’uso di videoconferenze, adottare ogni altro provvedimento idoneo a sostenere la transizione e, naturalmente, munire le città di mezzi pubblici non inquinanti, estesi quanto serve e puntuali.
In ambito industria occorre non soltanto la transizione all’uso di energia da fonti non inquinanti ma anche l’adozione di ogni innovazione tecnologica che consenta ad ogni sistema produttivo di non creare emissione di gas serra, o quantomeno di neutralizzarla o contenerla in termini di sostenibilità ambientale. L’idea che la conversione dell’industria a sistemi produttivi non inquinanti sia quasi impossibile a causa degli enormi costi che occorrerebbero per le ristrutturazioni è in realtà frutto di resistenze legate a interessi individuali e in buona parte frutto di ignoranza. Quella ignoranza che, come detto sopra, deve cedere il posto alla Conoscenza, quella data da enti che abbiano competenza per avere visione di tutte le possibilità già offerte da scienza e tecnologia e sappiano indicarle perché la transizione avvenga. Ne è esempio il fatto che esistono già tecnologie e relativi impianti capaci di catturare i fumi inquinanti provenienti dalle fabbriche, catturare la CO2 contenuta e trasformarla addirittura in elementi utilizzabili per la produzione di oggetti vari. Ebbene, di queste possibilità non si parla, e non se ne fa l’uso che potrebbe già dare un notevole apporto alla conversione. Dunque, le soluzioni esistono; serve conoscenza, spinta sociale e volontà politica.
Anche l’agricoltura è responsabile di notevole produzione di gas serra e pertanto è necessario, come per l’industria, non soltanto che i mezzi utilizzati usino energia non inquinante ma anche che i sistemi produttivi adottino tutte le innovazioni suggerite da scienza e tecnologia, utili ad assicurare la sostenibilità ambientale della produzione agricola in ordine al problema dei gas serra ed anche la necessaria riduzione del consumo di acqua. Particolarmente importante, a questi fini, è l’agricoltura definita rigenerativa o sintropica. Termini che indicano una nuova cultura e una serie di modalità innovative per un uso della produttività del terreno che ne consente il rigenerarsi in tutti i suoi vitali componenti, oltre ad ottenere una produzione più ricca e più naturale, il minore uso di fertilizzanti chimici e minore produzione di gas serra. La nuova agricoltura può essere un mondo completamente diverso dalla vecchia agricoltura e può rispondere a molte esigenze, infatti oltre a salvare le produttività dei terreni, risponde meglio alla crescente necessità di prodotti conseguente al crescere della popolazione mondiale e crea nuovo e interessante spazio imprenditoriale ai tanti giovani che non trovano occupazione lavorativa. In ultimo, bisogna ricordare quanto sia utile il comportamento dei consumatori, capace di far prevalere sul mercato prodotti ottenuti con modalità più rispettose della sostenibilità ambientale e con provenienza che non comporti lunghi e inquinanti trasporti. Anche la riduzione, in ambito alimentare, di alcuni consumi può essere rilevante, come certamente lo è quello della carne, la cui produzione è responsabile di una notevole parte dei gas inquinanti e che derivano dal settore agricolo.
La tutela dell’ambiente trova nel problema dei gas serra e del cambiamento climatico l’argomento più complesso, rilevante e urgente, ma altri settori meritano altrettanta attenzione e interventi risolutivi, guidati dalla conoscenza degli esperti, disposti e coordinati da ente sovranazionale, nell’interesse della sostenibilità ambientale.
Il problema dell’inquinamento degli ambienti naturali dalla plastica è esploso mostrando tutta la sua gravità, l’estensione e i settori produttivi interessati, la conseguente difficoltà, sul piano scientifico ed economico, alla sua soluzione. Occorre, dunque, che scienza e tecnologia facciano il massimo sforzo per intervenire sul problema con tutte le innovazioni possibili che consentano di passare all’uso di un prodotto degradabile e l’eliminazione dell’inquinamento già in atto; ma si rende anche necessaria la collaborazione delle imprese, che devono accettare e favorire la transizione, specialmente nel packaging, all’uso di prodotti e forme sostitutive; così come occorre una nuova cultura dei consumatori, di disponibilità ad assecondare le innovazioni richieste anche alle loro abitudini.
La salvaguardia della biodiversità, della fauna e della flora, è un altro aspetto importante della sostenibilità ambientale; infatti costituisce un elemento naturale non soltanto meritevole di rispetto per se stesso ma anche rilevante per il mantenimento di equilibrio e di ricchezza offerti dalla natura, il cui degrado realizza un progressivo impoverimento a danno dell’intera collettività umana. Particolarmente importante, dunque, la creazione e il rispetto, a livello planetario, di opportune regole per la caccia e la pesca, per la tutela di specie in via di estinzione, la tutela delle foreste, dei parchi naturali, delle zone boschive, del verde naturale da sostenere anche con il contenimento dell’invadente cementificazione. Inoltre, anche nella produzione agricola la biodiversità rileva ed è da tutelare, infatti anch’essa rappresenta una ricchezza, di prodotti e di tradizioni, che le leggi del mercato tendono ad abbandonare in funzione del maggior profitto e che pertanto merita attenzione, guida e tutele normative, nonché sensibilità e scelta informata da parte dei consumatori.
Il territorio, sul quale l’uomo si insedia e col quale convive, necessita di una tutela a livello globale, fatta di regole dettate da conoscenza ed esperienza, per contrastare gli aspetti negativi dell’azione umana. Questa infatti, spesso determinata da egoismo e mancanza di lungimiranza, tende ad usare il territorio in funzione delle proprie immediate e contingenti esigenze, trascurando l’importanza della sua conservazione e delle opere occorrenti perché la convivenza si mantenga in condizioni di stabilità e di reciproca sostenibilità. Il territorio, dunque, va tutelato contro le utilizzazioni che lo impoveriscono, lo avvelenano o lo deturpano, come nel caso dell’edilizia che usi crescenti quantitativi di sabbia prelevata dai fiumi, o costruisca cementificando vaste zone, ignorando le conseguenze sul corso dei fiumi, sulla salubrità delle zone verdi e spesso, anche, su panorami di importanza estetica. E quanto alla convivenza, è necessario anzitutto il divieto di edificazione e di insediamento, non solo in zone da preservare all’uso collettivo, quali quelle funzionali alla balneazione, o comunque in divieto delle regole urbanistiche, ma anche nelle zone prossime a condizioni pericolose del territorio, per possibili frane, esondazioni, inondazioni, eruzioni e cause simili di disastri. Impedire l’insediamento, per prevenire e, per gli insediamenti già esistenti, imporre tutte le opere che consentano all’ambiente naturale di non costituire una persistente minaccia e ricorrente causa di disastri per la vita e gli insediamenti dell’uomo. E’ necessario, dunque, che trovi adeguata tutela e attuazione la cultura che prende atto delle condizioni del territorio, delle sue forze ed esigenze, ne prevede e rispetta le conseguenze e interviene preventivamente per mantenere o ristabilire tempestivamente condizioni di convivenza e reciproca sostenibilità. Ciò tanto più è necessario finchè persisterà la crescente turbolenza dei fenomeni naturali conseguita al cambiamento climatico determinato dal surriscaldamento.
Quanto alle zone soggette a progressiva desertificazione l’azione di tutela sovranazionale deve adottare, oltre la lotta generale al surriscaldamento, anche tutte le misure che scienza e tecnologia consentono per porre rimedio al fenomeno e comunque predisporre anche, tempestivamente, programmi di assistenza in favore delle popolazioni. Programmi che si rendono necessari anche per le zone periodicamente soggette a terremoti, tsunami, tornado e fenomeni distruttivi simili; infatti, specialmente per i Paesi con popolazione che non dispone di idonee capacità tecniche e finanziarie, deve avere valenza sovranazionale l’azione che previene, prevede i fenomeni e interviene per contenere i danni e provvedere alle successive ricostruzioni.
Mari e acque interne sono soggetti ad inquinamento non solo da plastica, già sopra esaminato, ma anche dallo sbocco, in essi, di acque variamente inquinate provenienti da centri abitati, industrie, agricoltura. Pertanto anche per i due elementi essenziali del territorio occorre che, a livello sovranazionale, sia disposta l’attuazione di una tutela rigorosa attraverso tutti i necessari sistemi di trattamento dei rifiuti liquidi e il rispetto dei divieti relativi allo scarico di altri tipi di rifiuti. Per le acque interne occorre anche la tutela contro arbitrari interventi tendenti a deviare o bloccare con dighe il tracciato naturale dei fiumi; infatti ogni intervento che modifichi in modo rilevante la situazione naturale deve rispettare i diritti di tutte le località interessate ed evitare che apporti danni ad aspetti naturali degni di conservazione.
Anche l’acqua, come risorsa idrica fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità, deve essere tutelata in tutte le sue fasi. Già la formazione delle falde deve ricevere l’attenzione perché non sia ostacolata (come nel caso di eccessiva cementificazione che impedisce l’assorbimento da parte del terreno dell’acqua piovana), sia intercettata, incanalata e portata alla erogazione assicurandone la potabilità ed intervenendo sulle numerose perdite che si verificano per la vetustà degli acquedotti. Inoltre, l’acqua va difesa contro l’inquinamento che deriva da rifiuti, liquidi o solidi, illegalmente scaricati sui terreni. Inquinamento che va combattuto non solo facendo rispettare le modalità di scarico legalmente previste per i vari tipi di rifiuti, ma anche curando attuazione e sviluppo di tutte le possibili forme di trattamento, riuso, riciclo. Anche per questa risorsa del territorio la tutela esige particolare urgenza e interventi peculiari in favore delle popolazioni per le quali riesce ancora difficile avere sufficiente risorsa idrica e potabilità dell’acqua.
La fertilità dei terreni agricoli non è di minore importanza; infatti è rilevante la sua funzione per le crescenti esigenze alimentari della crescente popolazione mondiale, mentre speculazioni sostenute da indicazioni di mercato tendono spesso a forme di produzione che per intensità, per persistenza di prodotto che esclude la necessaria alternanza, per uso di prodotti chimici inquinanti riducono in modo rilevante la fertilità. Pertanto anche sotto questo aspetto il territorio va tutelato, con regole opportune, a livello planetario.
Anche lo spazio non può che avere una regolamentazione sovranazionale. Ed è molto urgente che questa intervenga, infatti bisogna evitare che si radicalizzi la tendenza a considerare le conquiste nello spazio come eventi governati da liberismo, proprietà privata e libera concorrenza. Bisogna evitare che si riproducano nello spazio lotte per appropriazioni, colonialismo e sfruttamento. Gli aspetti da regolare sono molti e molti sono i rischi di gravi conseguenze che potrebbero derivare da una corsa alla conquista secondo le regole del capitalismo che hanno dominato nel nostro pianeta. Disposizioni sovranazionali devono anzitutto stabilire che ogni conquista, da chiunque fatta, appartiene alla Terra e la bandiera da piantare deve rappresentarla (pertanto urge la creazione dell’ente sovranazionale e della sua bandiera). Così, anche ogni elemento che possa essere di qualche utilità deve essere considerato bene comune ed eventualmente gestito nell’interesse dell’intero nostro pianeta. Anche i servizi che possono essere dati utilizzando satelliti di vario tipo, attività che sta determinando la crescita della economia dello spazio, devono trovare un loro regolamento, in ordine sia alla quantità dei satelliti sopportabili che per le possibili interferenze con altre tecnologie di interesse collettivo. Inoltre, occorre anche stabilire che tutte le iniziative relative allo spazio siano attente a non creare danno o pericolo, sia per la zona conquistata che per la Terra; pertanto massima attenzione al rischio di portare e/o importare batteri che siano sconosciuti per chi li riceve, e così pure al rischio di pericolosi scontri con i tanti oggetti e satelliti lanciati nello spazio, per i quali l’azione di eliminazione e di recupero va portata all’efficacia occorrente. Queste le regole fondamentali, ma occorre anche considerare che tutta la vita che si svolge nello spazio va munita di normative; compito ancora poco affrontato e certamente reso complesso dal fatto che oltre le iniziative da parte degli Stati, anche i privati si stanno attivando per gestire viaggi nello spazio, nonché dal fatto che l’appartenenza a diverse nazionalità e cittadinanze di chi si trova nello spazio rende difficile la scelta delle norme da applicare nei vari aspetti dei rapporti interpersonali. Dunque, si attivino le persone competenti e la società civile, per determinare la giusta regolamentazione e chiederne l’applicazione alla politica mondiale.
Capitale umano
Istruzione e Formazione
Per la prima infanzia bisogna assicurare, a tutti quei bambini che i genitori non possono o non vogliono tenere in casa, tutti gli asili occorrenti, pubblici e/o privati. Le rette da pagare devono essere eque, anche negli asili privati, e gravare sull’assistenza sociale se il complessivo reddito familiare rimane al di sotto del minimo retributivo mensile di cui si è detto a proposito del lavoro. Le strutture pubbliche competenti devono costantemente assicurare e controllare l’idoneità dei locali e degli arredi e la giusta formazione del personale. La funzione non deve essere di temporaneo deposito con custodia dei bambini, bensì quella di dare, attraverso giochi, ascolti, recitazioni e creazioni, sviluppo alla fantasia creativa, alla capacità di relazionarsi e di collaborare con gli altri, alla scoperta degli interessi comuni, al moderato esercizio fisico e della memoria, all’autocontrollo e all’apprezzamento delle diverse forme dei sensi.
Già a livello di scuola primaria oggi è richiesta una disciplina che nei gradi successivi diventa sempre meno gradita dagli studenti: l’obbligatorietà del rendimento e la conseguente soggezione alla valutazione, che viene esplicitata nelle pagelle e alla fine può portare, nella scuola secondaria, anche alla bocciatura. Elementi tanto più sgradevoli in ragione del valore ufficiale che la collettività attribuisce ai titoli relativi ai vari corsi di studio. Molti studenti soffrono questa impostazione, vivono il periodo scolastico come una imposta sottrazione di libertà alla loro vita e spesso si determinano all’abbandono. E’ pertanto essenziale che l’insegnamento venga svolto in modo da determinare negli studenti interesse, partecipazione e iniziativa. Sarà comunque opportuno valutare, quantomeno per i gradi fino al liceo, se non sia il caso di eliminare ogni forma di obbligo e di continua valutazione, abolendo anche il valore legale dei titoli di studio e prevedendo un esame generale a fine anno scolastico al solo scopo di decidere se lo studente possa essere ammesso alla classe o corso successivi o debba essere escluso se la sua impreparazione o la sua immaturità siano talmente estese e gravi da consigliare la ripetizione per lo studente, ed anche evitare sicuro disturbo all’intera classe nel nuovo livello. Esistono, in sede europea, esempi di attuazione di tali opportunità. La loro adozione naturalmente comporterebbe adeguamento delle modalità di insegnamento e le assunzioni e i concorsi in ambito lavorativo dovrebbero prescindere da titoli e basarsi su accertamenti concreti, con colloqui e prove scritte, da effettuare con riferimento all’attività da svolgere.
Anche nei vari gradi dell’istruzione la tassa di partecipazione deve essere moderata ed equa, uguale per tutti, a carico dell’assistenza sociale in caso di reddito complessivo familiare inferiore al minimo retributivo mensile. Nelle Università, dove la retta è più pesante, l’assistenza deve estendersi a redditi anche più alti del suddetto minimo, in modo che la frequenza sia resa possibile per tutti, ed anche totalmente gratuita, a prescindere dai redditi familiari, per coloro che completano l’anno con risultati particolarmente meritevoli. Al contrario, per coloro che completano l’anno in termini particolarmente negativi per numero di esami e risultati viene esclusa l’assistenza sociale, anche con reddito familiare che la comporterebbe. E proprio al fine di evitare abbandoni e insuccessi è necessario che la decisione di iscriversi all’università e la scelta della facoltà avvengano a seguito di assistenza qualificata ed efficace, capace di far valutare allo studente attitudini, capacità, contenuti delle materie, difficoltà, prospettive di sbocchi lavorativi. I numeri chiusi nelle Università non devono esistere e pertanto l’istruzione universitaria deve disporre di numero di strutture e di personale insegnante sufficiente ad accogliere tutta la domanda. Possono invece essere definitivamente esclusi coloro che per più anni risultino parcheggiati senza risultati significativi di effettiva dedizione allo studio.
La qualità degli insegnanti, a tutti i livelli, va assicurata. A questo fine è funzionale anche una sufficiente disponibilità di insegnanti di ruolo, in modo da evitare agli studenti cambi continui di insegnante, ricorso a supplenze, insegnanti poco professionali; d’altro lato, evitare che siano mantenuti in situazioni ingiuste di attesa e/o di precarietà coloro che abbiano tutti i requisiti per insegnare. Inoltre, è giusto riconoscere all’attività di insegnamento tutto il merito che le è dovuto, sia per l’impegno che comporta, sia per l’importanza della funzione svolta.
Riconoscimento che deve materializzarsi in termini retributivi, attualmente inadeguati. Quanto ad eventuali incrementi retributivi per merito, le valutazioni devono essere totalmente basate sui risultati oggettivamente raggiunti dagli studenti sul piano dell’istruzione; con possibilità di motivato intervento modificativo da parte del preside solo per rilevare ingiustificate generosità nelle valutazioni da parte dell’insegnante o, al contrario, rilevare particolari difficoltà oggettive della classe che abbiano ostacolato il risultato.
Quanto ai contenuti di istruzione e formazione è importante che, con le dovute diversificazioni e progressioni, nel complesso del percorso dalla scuola primaria a quella secondaria di primo e secondo grado lo studente venga munito non soltanto di conoscenza ma anche di abilità e di attitudini. Pertanto l’attenzione da assegnare ai moderni mezzi digitalizzati di comunicazione e informazione, capaci di far crescere nuove abilità, è certamente positiva, e particolarmente utile si è dimostrata a seguito dei distanziamenti personali imposti dal covid 19, ma non deve portare a trascurare l’importanza fondamentale che, per la formazione della persona, hanno i contatti personali, attraverso i quali si apprende la socializzazione, in tutti i suoi aspetti. Inoltre, l’adeguamento all’evoluzione tecnologica non deve far perdere quelle abilità che, come è riconosciuto, derivano dall’uso della scrittura, dalla lettura dei libri, dall’esercizio della memoria, dallo studio di lingue straniere, dalla riflessione su ciò che si apprende, dall’esercizio alla sintesi, alla critica, all’immaginazione, ma anche al passaggio dal particolare alla visione del più ampio contesto, alla individuazione delle cause, delle conseguenze e delle proiezioni future. Anche la disponibilità al lavoro di gruppo va stimolata, così come quella al confronto democratico delle idee, al rispetto dell’etica nei rapporti, al rispetto delle diversità, alla capacità di individuare il giusto rapporto tra interesse individuale e interesse collettivo, ad una laicità che sappia esaltare l’indipendenza del proprio libero pensiero da ogni dogma e da ogni condizionamento non ponderato.
Queste abilità e le tante altre individuabili, emerse a qualificare l’essere umano, non devono regredire. Delegare tutto alla macchina e interporre tra i rapporti umani il filtro della macchina digitale, che ci registra, ci suggerisce e ci condiziona, porta alla perdita progressiva, per disuso, di buona parte delle capacità che appartengono al capitale umano. Come, ad esempio, accade per la capacità di decisione ponderata, che richiede proprio l’uso rapido e connesso di quelle abilità, e si perde se deleghiamo sempre le decisioni agli algoritmi. Tant’è che in difesa di tali importanti abilità si è dato rinnovato valore alla cultura umanistica e, in particolare, allo studio della lingua latina che, non soltanto ha dato struttura a molte lingue moderne – fondamentale a quella italiana – , ma ha l’effetto di stimolare la capacità logica e anche l’abilità di decisione in situazioni complesse. Infatti i certificati di conoscenza del latino vengono apprezzati nel curriculum delle persone valutate per assunzione lavorativa e prende consistenza la richiesta, meritevole di essere sostenuta, di introdurne lo studio anche nei primi anni degli istituti tecnici. Così come sta avvenendo per la filosofia che, utilizzata essenzialmente negli elementi ragionativi che la caratterizzano, viene già introdotta sin dalle scuole elementari, per stimolare i bambini al ragionamento, alla riflessione, alla critica.
Dunque, curare questa formazione, specialmente quando lo studente è più disponibile, nella scuola primaria e in quella secondaria di primo grado è essenziale, perché si creano abitudini e attitudini che possono costituire un prezioso bagaglio personale anche per il futuro, quando la giusta esigenza di preparazione alla vita lavorativa indurrà l’istruzione e la formazione a privilegiare conoscenze e abilità particolari che le incessanti innovazioni scientifiche e tecnologiche richiedono nelle varie attività lavorative. Queste abilità occorrenti siano ulteriori, non esclusive, poiché, intanto, la vita non è fatta solo di lavoro e, comunque, anche nel lavoro, proprio col crescente dominio della macchina, sarà sempre più apprezzato il personale che, oltre le conoscenze tecnologiche, abbia e utilizzi quelle abilità che ancora non appartengono alle macchine e a queste, comunque, è augurabile non vengano delegate dall’uomo.
Non può, inoltre, trascurarsi l’esigenza di formare il cittadino; quindi, necessità di dare allo studente conoscenza di tutti i diritti, gli obblighi, le facoltà che il cittadino ha nei suoi rapporti con la collettività politica e conoscenza di tute le strutture e le istituzioni attraverso le quali si realizza anche la partecipazione del cittadino alla conduzione democratica del Paese.
Nella formazione, inoltre, è determinante, a tutti i livelli, che l’insegnamento teorico sia assecondato da esperienze ed esercitazioni pratiche, utili per comprendere bene i concetti, assimilarli e memorizzarli tramite l’esperienza diretta. Pertanto è essenziale che gli istituti scolastici sia muniti di laboratori adeguati alle esperienze da maturare e che l’alternanza scuola /impresa, specialmente per gli studenti degli istituti tecnici e professionali, venga svolta in termini di quantità e qualità effettivamente funzionali alla piena formazione alla quale è destinata. Anche l’Erasmus, periodi di scuola e di viaggi guidati all’estero, sono importanti per favorire rapporti amichevoli tra giovani di diversa cittadinanza e consentire conoscenza ed esperienza di culture, strutture e organizzazioni diverse.
Per il livello universitario i termini sono particolari. Infatti è anzitutto necessario eliminare la posizione di privilegio negli alti gradi e promuovere giustizia sociale, in senso economico, di riconoscimento dei meriti e di possibilità di progressione; ciò, in particolare, per dottorandi, dottorati e ricercatori. Bisogna ottenere che non esistano più “baroni” privilegiati oltre il merito sul piano economico, capaci di decidere a loro piacimento la sorte di altri insegnanti, dottorandi e ricercatori e anche di attribuirsi la paternità di ricerche e meriti non propri. Certamente è altrettanto necessario che la disponibilità dei fondi occorrenti consentano di superare la posizione di eterno precariato imposto a persone che meritatamente, e spesso con prestazioni di eccellenza, svolgono con regolarità le attività di insegnamento e di ricerca senza avere prospettive future certe e spesso anche privati dell’atteso rinnovo contrattuale Si discute se sia preferibile il sistema basato sulla libera scelta degli insegnanti da chiamare o piuttosto il sistema del concorso. In ogni caso è necessario che in entrambe le ipotesi i risultati siano oggettivamente valutati da elementi qualificati ed estranei, come richiedono da tempo molti degli esclusi e degli abilitati che non vengono mai chiamati. Così come è assolutamente dovuto che la valutazione dell’ente universitario, ai fini dei contributi statali da riconoscergli, sia effettuata da qualificati elementi estranei, sia trasparente, motivata e relativa a tutti gli aspetti della funzione che l’Università deve avere, come istruzione, formazione, ricerca, connessione con l’economia reale, promozione del personale gestita con assoluta giustizia sociale, integrazione con i competitor nazionali e internazionali. E’ inoltre opportuno che le attuali disparità, che vedono alcune università distinguersi per rilevanza del costo di iscrizione e particolare eccellenza della formazione, vadano progressivamente ad estinguersi, come ogni altra disparità sociale, progressivamente ottenendo che sia il valore medio ad elevarsi per tutti all’eccellenza, nell’interesse di tutti gli studenti. In ogni caso, l’alto costo della frequenza non deve essere motivo di discriminazione sociale; pertanto chi abbia precedenti scolastici meritevoli e capacità finanziaria inadeguata deve ricevere l’aiuto sociale occorrente perché gli sia consentita la frequenza. Altra disparità, purtroppo, è legata all’ambiente familiare e sociale dal quale si proviene; infatti, chi proviene da ambiente modesto per attività economica, disponibilità finanziaria e cultura, tende ad assorbire tale livello e a manifestarlo nei rapporti sociali, riportandone un effetto discriminatorio e di minore successo, anche a parità di istruzione e formazione. Una risposta di lungo periodo a tale disparità richiede che venga eliminata la povertà e che il livello generale, particolarmente per disponibilità finanziaria e culturale venga portato, con scelte adeguate della politica, a livelli sempre più alti. Risposta più immediata richiede che ai giovani vengano offerte, e sostenute con adeguate facilitazioni, esperienze non solo di studi, ma anche di relazioni, viaggi, contatti sociali, stimoli culturali e quant’altro occorrente perché superino le conseguenze ogni disparità di provenienza sociale. Lo richiede l’inderogabile esigenza di giustizia sociale.
Quanto ai corsi di laurea e alla ricerca è necessaria l’attenzione all’evoluzione di scienza e tecnologia che richiede continuamente nuove professionalità, nuove specializzazioni e nuove ricerche. La risposta a questa esigenza deve essere puntuale, adeguata e anche preventiva, se l’Università voglia essere, come deve, volano di promozione del capitale umano, dell’economia reale e del progresso scientifico. E’ pertanto necessario che la formazione degli studenti sia portata al massimo livello di qualità, che gli insegnanti siano all’altezza di tale compito e lo svolgano con dedizione; che la ricerca sia sostenuta con opportuni finanziamenti privati e pubblici, sia lungimirante, affidata anche al grande potenziale delle menti dei giovani ricercatori, connessa tra tutti gli enti della ricerca, sostenuta anche dal lato organizzativo e burocratico, in stretto sinergico rapporto con l’economia reale ed abbia respiro internazionale. Certamente funzionali a tale esigenza sono i Competence Center. Attenzione, però, a non cadere nell’errore di ritenere che l’adeguamento all’evoluzione tecnologica significhi opportunità che l’insegnamento e la ricerca scientifica diano minore importanza e sostegno alle discipline cosiddette “pure” , quali matematica, fisica, chimica, materie umanistiche. Queste discipline, infatti, sono essenziali, come materia prima che con la sua evoluzione innesca il progresso delle discipline cosiddette “applicate”, aprendo a queste possibilità di nuove applicazioni tecnologiche. Dunque, sia l’insegnamento che la ricerca dovranno ricevere attenzione, adeguamento e sostegno in entrambi i tipi di discipline. Nell’ambito della connessione tra istruzione, formazione e imprese, al fine di creare personale particolarmente funzionale all’esigenza dell’innovazione, può essere da estendere l’iniziativa di alcuni accordi intercorsi tra Università e imprese che prevedono la presenza nell’impresa di professori universitari per curare, nella sede dell’impresa, la specializzazione di alcuni laureati su una particolare innovazione in fase di progettazione nell’impresa. Altra iniziativa certamente da estendere è quella presa dal Politecnico di Torino per creare un campus metropolitano nel quale gli studenti trovino anche servizi per le loro esigenze di vita e siano a contatto diretto con imprese e l’intera città. Ma, se da un lato è opportuna ogni sinergia funzionale alla formazione richiesta dall’evoluzione scientifica e tecnologica, d’altro lato bisogna tenere conto del fatto che è intercorsa anche una evoluzione nell’organizzazione dell’impresa e del lavoro; la quale richiede, specialmente ai livelli dirigenziali, un bagaglio di cultura, di competenze e di capacità di scelta e di decisioni che vanno oltre le singole materie di specializzazione. Pertanto, non basta creare eccellenze nella singola specializzazione, occorre anche lo stesso soggetto assuma conoscenze e competenza anche in altre materie quali, ad esempio, normative del settore, gestione del personale, gestione dei dati, conoscenza del mercato, finanza. Conoscenze e competenze che dovranno essere apportate da altri professionisti e insegnanti, diversi da quelli propri della materia principale di studio.
Globalizzazione
Il fenomeno della globalizzazione è stato accolto con grande prevalenza di valutazioni positive, ma poi è andato realizzandosi senza regole particolari e, lasciato alla guida del sistema capitalistico, liberismo, mercato e speculazioni, è stato utilizzato progressivamente come occasione di lotta competitiva e prevalenza senza remore, ed ha finito col determinare una serie di effetti problematici. Ne sono conseguenza, infatti, le delocalizzazioni di imprese che hanno determinato disoccupazione da una parte e sfruttamento dei lavoratori dall’altra; commerci che hanno importato prodotti di basso costo mettendo in crisi le produzioni locali; dumping adottati oltre che con i prezzi dei prodotti anche con offerte di riduzioni fiscali, per richiamare capitali, attività economiche, ricerca e cervelli, a danno di altri Paesi. Le innovazioni tecnologiche intervenute, e particolarmente le potenti piattaforme online, hanno degradato l’ostacolo di normative antitrust obsolete, consentendo accordi e cartelli impeditivi della corretta concorrenza e causa di enormi disuguaglianze. I paradisi fiscali hanno incrementato l’offerta di rifugio privilegiato a capitali di provenienza illecita; sono sorte nuove forme di colonialismo economico, come l’acquisto di terreni fertili in paesi poveri; la contraffazione di prodotti di marca ha avuto penetrazione estesa, a danno di rami importanti di economia; la speculazione ha avuto modo di muovere liberamente enormi capitali, determinando e sfruttando variazioni altalenanti tra crolli improvvisi e rialzi immotivati, capaci di ripercuotersi, oltre che su singole imprese, anche su equilibri di livello nazionale; è aumentata la divaricazione tra i pochi ricchi e i molti poveri e anche nei rapporti tra Stati la concorrenza di libero mercato ha favorito i detentori, vecchi e nuovi, di maggiori capitali a danno dei Paesi deboli; inoltre, la competizione si è estesa, con gli stessi esiti, alle grandi linee di trasporto marittimo, terrestre e aereo, comprese le reti internazionali di fornitura di gas e greggio. Anche l’economia digitale, potenziata da crescenti sviluppi scientifici e tecnologici, è andata assumendo enorme importanza, producendo effetti deleteri, costituiti o da accordi per incontrollati monopoli, oppure da nuove conflittualità tra giganti economici per contendersi posizioni dominanti che dall’economia estendono la loro influenza anche in campo politico. Addirittura, lo sviluppo assunto dai trasferimenti effettuati col sistema blockchain e la creazione di monete digitali proposte per l’uso nel commercio hanno determinato fondate preoccupazioni, per i vantaggi offerti a mafie e riciclaggi illeciti, nonché per il rischio che si creino dei mondi digitali sovranazionali totalmente immuni, al di sopra di ogni struttura di controllo. Né sono rimasti esenti da competizione e conflittualità i confronti sorti circa l’appartenenza delle zone di mare liberate dallo scioglimento dei ghiacciai nordici, utili sia per il trasporto che per la ricchezza delle acque e dei fondali pieni di rilevanti giacimenti. Né, in prospettiva, sembrano esenti da tali conflitti le future conquiste sui pianeti e sulle loro eventuali ricchezze.
Tali conseguenze hanno inevitabilmente determinato la reazione di quanti, persone enti e paesi, sono risultati soccombenti nella competizione globalizzata. Ma purtroppo questa reazione è stata caratterizzata da un ripiegamento su posizioni non soltanto insostenibili, di resistenza ad una globalizzazione che è un esito evolutivo inarrestabile, ma anche economicamente negative. Infatti, esse determinano il rischio di nuove contagiose crisi finanziarie ed economiche, e sono anche gravemente regressive e pericolose sul piano politico e sociale. Infatti, sulla spinta di impulsi emotivi, utilizzati ed esaltati da politiche populiste, si è reagito con adozione crescente e contrapposta di dazi, elevazione di muri, chiusure di confini, nazionalismi e sovranismi orientati all’isolamento, all’autarchia e al contenimento degli spazi democratici in favore di governi forti, centralizzati e anche personalizzati. D’altra parte, i paesi che hanno potuto approfittare della globalizzazione per essere predatori ed estendere economia e dominio, costituiti da vecchi paesi forti e nuovi paesi emersi alla capacità di dominio, hanno avuto, a loro volta, il problema della concorrenza e del conflitto che si è scatenato tra di loro. Conflitto tra paesi forti, che è stato condotto non soltanto con contrapposti crescenti provvedimenti ostili di tipo economico, ma anche con opposte manovre di predominio geo-politico e pericolose esibizioni minacciose di potenza militare. L’intero sistema economico e politico internazionale, in seguito a queste azioni e reazioni, risulta interamente cambiato; infatti la ricerca di rapporti multilaterali tra i Paesi, nonostante l’egemonia di alcuni Stati, trovava tentativi di equilibrio in sistemi regolatori che ora risultano sostanzialmente abbandonati; pertanto si è passati ad una situazione di conflittualità estesa fra tutti e di intensità crescente.
Dunque, se aver lasciato sviluppare la globalizzazione in condizioni di mercato non adeguatamente controllate ha procurato, insieme ad innegabili miglioramenti, anche rilevanti effetti negativi e ingiusti, le reazioni, sia dei soccombenti che dei paesi predominanti, non hanno eliminato i problemi, anzi li hanno aggravati apportando gravi regressi politici e sociali e anche pericolose rincorse estese al campo militare; situazione che vede gli Stati in crescente conflitto tra loro e rischio di un conflitto diretto tra grandi potenze.
Quale, dunque, la via da seguire? La globalizzazione è inevitabile, frutto del progresso intervenuto in campo scientifico e tecnologico, che ha consentito di superare ogni confine nel campo dell’informazione, della comunicazione, dei trasporti, della circolazione di persone, merci e capitali. E’ un fenomeno che sbiadisce i confini e tende a prospettare una collettività umana interconnessa a livello planetario. Prospettiva che potrebbe svilupparsi in termini di grande progresso, positiva e da assecondare, con libertà di circolazione per le persone, crescita personale procurata da conoscenza e confronto con culture diverse dalla propria, ampliamento dello spazio nel quale potersi realizzare, sinergie delle politiche e delle economie per risolvere problemi comuni all’intera collettività e problemi locali, per aiutare i paesi arretrati e/o in difficoltà a risolvere gli ostacoli e progredire, migliorare il benessere generale, realizzare giustizia sociale a tutti i livelli, risolvere i conflitti e le guerre, salvare la natura con l’adozione concordata e contestuale della sostenibilità. Ma tutto ciò presuppone una cultura che si avverte nella società civile ma che poteri economici e politica non adottano. E’ tempo, allora, che si consideri come, proprio in ragione della connessione e dell’interdipendenza che la globalizzazione comporta, non sia possibile continuare ad utilizzare l’espandersi degli spazi e delle libertà per combattersi secondo la cultura che attualmente prevale nel sistema delle normative in atto, generatore di individualismo, contrapposizione ed egoismo. Questa cultura, infatti, rende il sistema capitalistico, munito di liberismo e favorito dai mercati aperti, un’arma usata per ottenere nella conflittualità il predominio individuale ed esclusivo, generando di conseguenza, inevitabilmente, come visto, ingiustizie sociali, danni economici e crisi, pericoloso inasprimento dei conflitti tra gli Stati. Bisogna acquisire piena coscienza di come la persistenza in tale sistema possa portare all’auto distruzione e quanto sia urgente gestire le facoltà positive offerte dalla globalizzazione per sviluppare sinergie, cooperazione, solidarietà e coordinamento in una ottica di globalità e di interessi comuni. Solo questo diverso atteggiamento, la cultura che lo presuppone e un sistema normativo ad essa coerente, possono ottenere che la globalizzazione, piuttosto che procurare conflittualità, danni e rischi, diventi funzionale alla possibile prospettiva che inizialmente aveva creato aspettative ed entusiasmi, consenta la soluzione dei tanti gravi problemi che sono comuni e di livello planetario e determini condizioni di concordia, di riavvio stabile e armonioso dell’economia reale e di miglioramento del benessere nell’intero Pianeta e nelle singole collettività.
Dunque, sul piano economico, se si voglia che iniziativa privata, concorrenza e mercato rimangano attivi, e la loro azione portata a livello globale dia tutti i vantaggi di progresso generale di cui la globalizzazione è potenzialmente capace, senza che il sistema degeneri in arma apportatrice delle problematicità viste, è necessario che tali componenti del sistema economico siano condizionati da una regola fondamentale: ogni iniziativa sia utile per chi la adotta; sia competitiva e stimolante per la concorrenza; non sia sleale; non abbia funzione e modalità ostili adottate in danno diretto di altri; non operi in condizione di monopolio né raggiunga, per capacità propria o a seguito di accordi illeciti, una estensione impeditiva della concorrenza; sia anche positiva in una ottica che oltre l’interesse del singolo guardi al più ampio interesse collettivo, nei suoi aspetti sociali, non soltanto economici; lasci che la funzione selettiva rimanga riservata alla più ampia situazione dell’intero mercato interessato. Dunque, applicando questa regola all’azione economica, e in particolare alla competizione, la globalizzazione deve estendere ovunque l’occasione di stimolo per il miglioramento della produzione, incentivando riduzione di costi, innovazione, maggiore produttività e migliore qualità, anche crescita e fusioni quando la nuova dimensione apporti miglioramento ma rimanga nei limiti consentiti. Deve essere leale, quindi non sostenuta da sfruttamento illegittimo del lavoro (Paesi poveri, caporalato, lavoro in nero, acquisti di terreni fertili in Africa per produrvi a basso costo); da dumping con apposita riduzione dei prezzi o del peso fiscale; da occultamento o apposita delocalizzazione dell’imponibile favoriti dal carattere digitale della propria economia e/o dall’apparente assenza di un ente intermediario tra offerta e domanda; da contraffazione dei prodotti; da attribuzione di marchio di successo a propri prodotti solo simili e meno costosi; da violazione di norme previste, e generalmente rispettate, per contenere l’inquinamento; da uso di capitali provenienti da attività illecite. Non deve essere ostile, come nel caso di acquisti di imprese per chiuderle o farne spezzatino; di vendite allo scoperto per lucrare sulla perdita di valore causata; di operazioni di vendita e di acquisti effettuate da enormi capitali al solo scopo di speculare sulle variazioni determinate; di assunzione di personale eccellente formato da imprese concorrenti, allo scopo di assicurarsi personale valido e tramite questo anche conoscenza delle tecnologie adottate dalla concorrenza; di qualunque altra iniziativa in violazione delle regole della corretta competizione. Non deve comunque assumere posizione di monopolio o dominante, tale da impedire il sorgere della concorrenza e/o costituire la causa che mette fuori mercato imprese concorrenti e valide o mette in crisi interi settori produttivi che siano funzionali al mantenimento equilibrato del sistema economico di un Paese. Naturalmente la globalizzazione comporta che il riferimento al livello internazionale possa giustificare crescite rilevanti e fusioni, per rispondere allo stimolo concorrenziale di altre imprese di livello internazionale; mentre, con riferimento a livelli interni, più limitati, quelle crescite possano realizzare dimensioni dominanti, pregiudizievoli della concorrenza di imprese minori. In tali casi la crescita può essere accordata se l’attività relativa sia di livello alto per sua natura, tanto da non confliggere con imprese minori; diversamente dovranno adottarsi adeguamenti capaci di bilanciare i possibili effetti negativi verso le imprese minori. Deve risolversi a livello globale in occasione di generale progresso, effettuando scambi che risultino utili ad integrare ed estendere la produzione, scambi di merci e servizi, integrazioni culturali, progresso sociale, rispetto della sostenibilità ambientale.
Sarebbe, dunque, compito della politica intervenire, ad ogni livello, per tradurre in istituzioni e regole cogenti e particolari sia la regola fondamentale che le condizioni operative di cui sopra; le quali dovrebbero essere rispettate nell’ambito della concorrenza economica.
Ma la politica in atto non dimostra di avere assunto questo compito; infatti, nei confini statali è in buona parte priva di potere, poiché può disporre nel proprio ambito territoriale mentre il capitale spazia entro un mercato planetario; e d’altra parte, sia nei confini nazionali che nelle istituzioni che operano in campo internazionale, la politica risulta essenzialmente conservatrice e fedele alle regole della conflittualità proprie del capitalismo e del libero mercato, condizionata dai poteri economici e finanziari dominanti, dei quali in sostanza è espressione. E allora ancora una volta appare evidente l’esigenza che intervenga un movimento dal basso, della società civile che vuole un mondo in cui prevalgano cooperazione, solidarietà e interessi comuni, un movimento di grande estensione sociale, che abbia anche l’estensione territoriale indispensabile, quella planetaria. Solo una tale volontà e determinazione della società civile può ottenere che, a tutti i livelli, nazionali e internazionale, la politica ponga in essere le premesse, le regole e le istituzioni perchè l’iniziativa economica, pubblica e privata, la competizione, il mercato e il capitale finanziario consentano alla globalizzazione di essere occasione e fattore di progresso e benessere generali, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.
E’ facile rilevare come, in ordine alla libera circolazione dei capitai, buona parte degli inconvenienti esasperati dalla globalizzazione siano dipendenti dalle peculiarità del sistema capitalistico, che ha consentito al capitale di degenerare, abbandonando progressivamente la funzione di dare finanziamento e stabilità all’economia reale per dedicarsi alle speculazioni meramente finanziarie, a creare e utilizzare prodotti finanziari sempre più sofisticati e con questi imperversare sui mercati dei capitali (e quindi delle imprese) per conseguire enormi profitti e bolle che non sono state di alcuna utilità all’economia reale, anzi ne hanno determinato la grave crisi che ancora ci occupa.
Dunque, ancora una volta deve evidenziarsi come l’innovazione che inverte il rapporto tra capitale e lavoro e riconosce al lavoro la titolarità dell’impresa renderebbe impossibile buona parte di quelle degenerazioni, riportando il capitale alla sua funzione di finanziamento dell’economia reale. Infatti, le delocalizzazioni non potrebbero più avvenire per decisione del solo capitale, perché comporterebbero il trasferimento di tutti i lavoratori dell’impresa; per lo stesso motivo non funzionerebbero i richiami effettuati da paesi concorrenti con vantaggi offerti da costo del lavoro o riduzioni fiscali; il capitale non potrebbe continuare ad effettuare acquisti di titoli allo scoperto, nè quelle incursioni meramente speculative sulle imprese che creano danni squilibri e crisi, o effettuare alcuna delle manovre ostili, come l’acquisto di imprese per eliminarne la concorrenza, o crearsi vantaggio sleale sfruttando i lavoratori; e ancora, l’economia via web non potrebbe continuare a nascondere l’imponibile, che consisterebbe nell’utile da ripartire tra tutti gli operatori intervenuti nell’operazione economica, e quindi anche tracciabile. E anche il vantaggio dell’uso di capitali provenienti da attività illecite perderebbe consistenza, considerato che il capitale potrebbe essere impiegato solo per finanziare l’economia reale e avrebbe diritto solo agli interessi.
Finchè tale radicale innovazione non trovi completa attuazione, la società civile deve assumere il compito di ottenere, comunque, una globalizzazione moderata, nella quale la concorrenza sia mantenuta nei limiti giusti e positivi di cui si è detto, con regole che intervengano sia sui comportamenti delle imprese che sul capitale, per evitarne usi impropri e conseguenze negative. Questa attività di moderazione, attraverso regole da convenire, dettare e fare osservare, può in parte essere svolta dalle istituzioni dei singoli Stati, nei rapporti economici interni, ma in buona parte non può funzionare se non sia attuata nei rapporti tra gli Stati e quindi ad un livello internazionale. Dimensione, quest’ultima, che può ottenersi con accordi stipulati tra gli Stati, gestiti direttamente dai contraenti o da questi affidati alla gestione di un apposito ente internazionale; ma può ottenersi anche con la cessione di sovranità a enti sovranazionali di cui i singoli Stati siano parte.
La tendenza attuale della politica è, invece, orientata al sovranismo. Questo, come visto, ha determinato una pericolosa situazione di individualismi, che essenzialmente si contrappongono con esasperato protezionismo, guerre a colpi crescenti di dazi, incerti tentativi di accordi bilaterali, distacco da precedenti accordi di rilievo internazionale e anche dalla World Trade Organization, che è l’ente principale del settore, con funzione rivolta a favorire gli accordi, estenderne la condivisione, vigilare sul rispetto delle condizioni e gestire il sistema di soluzione delle controversie. Tale avversione alle regole esistenti costituisce una reazione sbagliata, involutiva, capace solo di aggravare la situazione. Infatti, è vero che il sistema esistente è criticabile, essendo per certi versi debole e insufficiente, conservatore di meccanismi che non si pongono al di sopra delle conflittualità individuali, legato essenzialmente al mantenimento delle regole del sistema capitalistico e quindi artefice o corresponsabile di esiti che spesso favoriscono gli Stati dominanti; ma è anche evidente, e già costatabile, come la risposta involutiva non solo non incide sul sistema fatto di capitalismo e liberismo, che è alla base delle disfunzioni, ma addirittura aggrava ulteriormente la dipendenza dei singoli e isolati Paesi deboli ed esaspera la pericolosa conflittualità tra i Paesi forti e quelli fortemente emergenti, in lotta tra loro per prevalere nei territori di conquista.
La risposta, dunque, deve essere orientata nella direzione opposta. Finchè non sarà realizzata l’innovazione radicale che assegna la proprietà delle imprese ai lavoratori – capace, come visto, di risolvere molti degli effetti collaterali negativi della globalizzazione – persistendo il sistema capitalistico, la moderazione deve essere delegata ad uno o più enti composti in una sua parte da rappresentanti dei singoli Stati e in altra parte da soggetti che siano al di sopra delle singole collettività e abbiano la rappresentanza e la cura dell’interesse comune dell’intero Pianeta. Tale cura deve essere attuata anzitutto attraverso l’emanazione delle regole generali, di cui sopra, che determinano e specificano quali siano, in linea generale, i comportamenti vietati e quali quelli da assecondare perché la concorrenza nella globalizzazione non sia dannosa e anzi sia funzionale allo sviluppo armonioso e pacifico dell’economia, del benessere e del progresso sociale dell’intero Pianeta. Quanto alle particolari peculiarità dell’economia dei singoli Stati, la componente dell’ente sovranazionale delegata alla cura generale ne prende conoscenza e collabora perché tali esigenze trovino, nel rispetto delle regole generali, soluzione in norme specifiche, condivise in accordi tra tutte le aree geo-economiche interessate. Naturalmente l’ente deve avere il potere di controllare, giudicare e se necessario sanzionare i comportamenti dei singoli Stati, e deve anche svolgere i tentativi di conciliazione dei contrasti che insorgano. Conseguenza necessaria di tale sistema è che i soggetti delegati alla cura dell’interesse comune siano eletti prescindendo dalla loro cittadinanza e nazionalità, diano affidamento di eccellenza quanto a competenza, esperienza, moralità e assoluta indipendenza, capacità di operare perché la soluzione data alle esigenze, agli interessi e ai contrasti dei singoli Stati sia sempre giusta ed equa ed anche funzionale all’interesse dell’intera collettività del Pianeta.
E’ evidente che, persistendo iniziativa privata, mercato e libertà di circolazione per persone, capitali e merci, – elementi del sistema economico che sono capaci di importanti apporti positivi e quindi da mantenere, ma anche necessariamente da condizionare con regolamenti innovativi – la concorrenza, anche se moderata dalle regole suddette, rispettosa dei divieti di utilizzazione ostile, sleale o da posizione di monopolio o dominante, risulterà comunque problematica per imprese, persone e Stati che subiscano il confronto, interno e/o globalizzato, con effetto negativo, avendo difficoltà a gestire lo stimolo della concorrenza in termini migliorativi, per reagire adeguatamente e rimanere attivi sul mercato. E così pure, la stessa concorrenza, sebbene moderata, potrà indurre i capitali a spostarsi in Paesi che abbiano un normale andamento dell’economia più redditizio o normali costi più contenuti, per impiantarvi una iniziativa economica, o anche per richiedere produzione e assemblaggio di prodotti o comprare merci da vendere poi in patria; inoltre, è inevitabile che giovani ed eccellenze si spostino in Paesi dove sia normale trovare più facilmente occupazione e successi; e anche che prodotti e merci altrui più economici o di migliore qualità vengano preferiti, anche dai consumatori, ai propri In questi casi, ed altri simili, per i quali la concorrenza operi senza violazione delle norme di correttezza e di moderazione stabilite, la selezione derivante dalle condizioni del mercato costituirà effetto positivo se eliminerà dal mercato singole attività economiche insostenibili, inidonee e irrilevanti per il loro livello, poiché questa selezione eliminerà spese inutili e favorirà equilibri a livelli migliori; così come sarà positivo l’ingresso di prodotti e merci di migliore qualità ma di prezzo più alto, o inesistenti nella zona in cui vengono introdotti. Ciò, naturalmente, a condizione che il mercato non sia solo apparentemente in regola, e l’effettiva regolarità sia riscontrabile anche da specifiche indicazioni circa la provenienza, l’assemblaggio, imbottigliamento, miscelazioni e quant’altro necessario alla effettiva conoscenza del prodotto, anche da parte dei consumatori. Mentre, nel caso di problematicità che coinvolgano interessi di livello collettivo, la soluzione dovrà essere trovata attivando accordi specifici di moderazione, sempre con l’approvazione dell’ente sovranazionale gestore delle regole; come avviene con la previsione della golden rule per mantenere la nazionalità di enti strategici per il sistema economico, o con l’applicazione di dazi concordati per moderare l’ingresso di merci più economiche, che tendano a mettere in crisi interi settori produttivi interni. Naturalmente, trattandosi di concorrenza tendenzialmente rispettosa delle buone regole, la difesa con applicazione di dazi deve essere sempre la soluzione estrema, richiedendosi anzitutto, nei limiti consentiti dal sistema economico interno, una reazione positiva allo stimolo della concorrenza. Reazione che, tra l’altro, è l’unica soluzione possibile quando il problema consista nella attrazione verso altri Paesi, normalmente più favorevoli, per i capitali finanziari e per il capitale umano. In questi casi, infatti, se l’attrazione deriva da condizioni migliori non appositamente creati con slealtà, non è possibile effettuare provvedimenti moderativi a carico dei Paesi che prevalgono e solo il miglioramento delle condizioni interne dei settori interessati può contrastare il fenomeno negativo. Che, poi, il miglioramento dei settori e degli Stati che siano in difficoltà possa e debba essere aiutato dalla dovuta solidarietà, anche nell’interesse degli interessi comuni di livelli crescenti, costituisce un’esigenza che deve essere curata dalla politica, sia nazionale che internazionale, come da considerazione esposte in seguito.
Questa reazione interna, necessaria per sostenere enti importanti o settori produttivi messi in difficoltà da concorrenza lecita o per evitare la fuga all’estero di capitali finanziari e umano non può che derivare da sostegno della intera collettività interessata. Sostegno che, per non porsi in contrasto con le regole delle concorrenza, dovrà agire indirettamente, favorendo il miglioramento delle condizioni generali e dei servizi di rilievo per il settore interessato.
Tale regola, che vieta gli aiuti diretti dello Stato è giusta nella sua funzione di evitare la concorrenza sleale, ma in un sistema che voglia eliminare gli inconvenienti, le crisi, le crescenti polarizzazioni e le disuguaglianze procurate dalla estrema conflittualità propria del capitalismo, la regola deve anche risultare proporzionale al fine principale che la concorrenza deve avere, di favorire, per tutti, benessere e progresso. E, se questa vuole essere la funzione, consegue che il divieto non può non assumere flessibilità quando sia indispensabile che adeguate forme di solidarietà intervengano con aiuti diretti a favore di quelle collettività che versino in condizioni di incapacità reattiva. Infatti, se abbandonate alla loro incapacità, col loro crescente degrado e la soccombenza finale non solo risulterebbe negato l’aspetto etico dell’aspirazione ad un progresso generalizzato in nome della solidarietà, ma anche gli aspetti economici e sociali del più alto interesse, comune anche ai soggetti che riescano a prevalere, risulterebbero, alla fine, contrastati dall’interconnessione estesa della globalizzazione. Dunque, è interesse comune, morale ed economico, a che la flessibilità delle regole sia un criterio applicabile, quando le condizioni lo rendano indispensabile.
In conclusione, gli interventi di aiuto di Stato che siano tendenti – come avviene nel caso di regimi di capitalismo gestito da potere centralizzato – a dare potenza dominante internazionale alla propria economia sono sleali e certamente meritano sanzione da parte degli addetti alla gestione della concorrenza; così come sono assolutamente da ricercare, individuare, sanzionare e sradicare tutte le ipotesi in cui la riduzione dei costi non dipenda da un generale tenore di vita e di costi più bassi ma da immorali e illeciti appositi sfruttamenti del lavoro, spesso di bambini, sia in ordine alla retribuzioni che a tutte le regole della salute della previdenza e dell’assistenza. La tacita accondiscendenza che negli organi regolatori della concorrenza porti a non rilevare e non contrastare, dichiaratamente ed efficacemente, tutte queste indegne realtà, è assolutamente non accettabile; pertanto l’innovazione degli enti regolatori della concorrenza dovrà dare garanzia sotto questo fondamentale aspetto.
In conclusione, solo quando le difficoltà derivino da concorrenza corretta è lecito intervenire sui soggetti in difficoltà; per consentire una selezione migliorativa o intervenire con protezioni o sostegni, se necessari; pertanto, deve essere consentita la soccombenza di realtà economiche insostenibili, mentre deve essere consentito l’arrivo di capitali esteri quando la loro azione sia funzionale allo sviluppo di potenzialità locali, consentito anche l’aiuto diretto di Stato che intervenga per salvare l’esistenza di un ente essenziale al sistema economico nazionale o per salvare dallo stato di soccombenza nel confronto della concorrenza interi settori economici; inoltre, quando anche le condizioni economiche e sociali dello Stato non siano in grado di salvare o dare adeguato sviluppo a interi settori, allora deve prevalere l’interesse superiore a che gli Stati non si articolino in prede e predatori, a che in ogni Stato si stabiliscano condizioni di vita sostenibile e di partecipazione alla produzione economica e al benessere planetario; allora tale interesse superiore esige che la flessibilità consenta l’intervento di particolari aiuti internazionali adeguati, sebbene condizionati al loro uso corretto per l’effettiva possibile reazione alle condizioni di disagio economico e sociale. Esigenza di flessibilità che maggiormente si rende necessaria quando la norma esiga il rigoroso rispetto di livelli di bilanci o di PIL, nonostante lo Stato versi in condizione di indisponibilità finanziaria; infatti tali elementi contabili hanno certamente la loro importanza, ma, come ormai è stato autorevolmente rilevato, non sono più espressione coincidente con il tenore di vita, col progresso, col benessere di una collettività; infatti il benessere è fatto di occupazione, di lavoro, di sostenibilità ambientale, di salute, di giustizia sociale, che sempre meno corrispondono agli aumenti di produzione; inoltre, in difetto di flessibilità e di interventi di sostegno la collettività non avrà certamente modo di migliorare livelli, né di bilanci o PIL, né di benessere.
Il compito di interventi di sostegno attualmente viene svolto da enti internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Ma anche questi enti dovranno essere sostituiti o adattati, infatti la loro creazione risponde, per tempi di nascita e cultura dominante, a esigenze del capitalismo e della sua naturale conflittualità, riportate nei loro statuti; come d’altra parte si rileva negli interventi effettuati per salvare Paesi in difficoltà, caratterizzati da esasperati rigori in ordine al bilancio da riportare a quanto gradito dai Paesi forti, insensibili alle enormi restrizioni e sofferenze imposto alle popolazioni salvate. L’esigenza ormai intervenuta, di superare individualismo e conflittualità in funzione di maggiore cooperazione e di adeguamento degli interessi particolari in favore dell’interesse comune alla più ampia comunità globalizzata, richiede che all’interno di questi enti non rimanga determinante la rappresentanza dei singoli Stati, e in particolare quella delle potenze economiche che grazie al capitalismo dominano il Pianeta, impongono i loro particolari interessi, e sono sempre pronti a riprodurre conflittualità, subordinazioni e nuovi scenari di predominio anche all’interno di detti enti regolatori, oltre che nella scena internazionale. E’ tempo, dunque, che anche la loro struttura, come si è detto per la WTO, sia sovranazionale e tale da assicurare che l’azione si svolga al di sopra di ogni interesse particolare e sia funzionale al bene comune di un equilibrato benessere generale. Equilibrio che non significa avere tutto il Pianeta allo stesso stato di sviluppo della civiltà, né una omologazione totale, ma significa che ogni Stato deve essere aiutato, se necessario, perché abbia un suo grado di sviluppo che, con le proprie peculiarità, assicuri condizioni di benessere, di sostenibilità e di presupposti per ulteriore progresso.
In conclusione, la libera circolazione delle persone, del capitale umano, delle merci e dei capitali comporta una concorrenza che anche nel sistema economico attuale deve stimolare il progresso, deve essere lecita, non ostile, non costituire monopolio o posizione dominante, deve sempre essere funzionale ai superiori interessi comuni, tale che la selezione del mercato elimini iniziative insostenibili ma assuma moderazione, proporzionalità e flessibilità che salvino interessi di livello collettivo attraverso accordi particolari, e, se necessario, attraverso deroga al divieto di aiuti di Stato e anche a mezzo di aiuti internazionali. Il tutto gestito, a livello internazionale, da enti che non siano conservatori di interessi particolari, bensì tutori dell’interesse comune sovranazionale e costituiti in termini funzionali a tale compito. Questa concorrenza non rifiuta la globalizzazione, non è un ritorno all’individualismo, alla chiusura, alla lotta economica fatta di aggressioni e di dazi; è la concorrenza in campo economico che può consentire alla globalizzazione di colmare carenze, stimolare miglioramenti qualitativi, creare cooperazione e sinergia, migliorare lo standard di vita dei Paesi in difficoltà o emergenti, risolversi in una armoniosa crescita dell’intera collettività del Pianeta. Ottenere questo regolamento a livello planetario non è facile, essendo forti le resistenze dei poteri dominanti, ma diventa possibile se prevalga la consapevolezza che conflitto e predominio alla distanza non pagano, mentre è interesse di tutti e dei singoli che gli interessi individuali si realizzino nei limiti e in funzione dell’interesse della collettività di cui si è parte; collettività che oggi, data l’evoluzione naturale verso una globalizzazione che ci rende tutti interconnessi, si identifica con l’intero Pianeta. Pertanto è compito della società civile mobilitarsi a livello planetario per estendere tale consapevolezza e ottenere l’adozione delle innovazioni occorrenti.
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A questo punto, la prossimità delle elezioni europee 2019, le manifestazioni giovanili per il cambiamento climatico, l’esigenza da molti avvertita di innovazioni che consentano all’Unione europea di contrastare la crescente onda di sovranismo e favorire ripresa economica e giustizia sociale, hanno indotto questa programmazione ad interrompere il tema della globalizzazione e affrontare in termini specifici i problemi posti dagli elettori; con un programma che desse risposte e prese di posizione ben determinate; quelle che la politica non stava dando. Il programma, riportato di seguito, richiama innovazioni già esposte e ne anticipa altre che di seguito faranno parte della programmazione generale, ed è stato suggerito e portato a conoscenza di alcune delle forze sociali e politiche più rivolte al cambiamento (manifestanti per il clima e partiti di sinistra).
Un programma di sinistra per le elezioni europee
Per i partiti che si dichiarano di sinistra
E per i movimenti che manifestano in piazza
Le elezioni europee del prossimo maggio 2019 sono molto importanti, poiché il sorgere del sovranismo che sta qualificando diversi Stati facenti parte dell’Unione Europea mette a rischio l’esistenza dell’Unione e comunque mette in discussione la sua struttura e le regole che la caratterizzano.
L’esistenza dell’Europa unita è stata positiva per molti aspetti e oggi, allo stato della situazione internazionale, il suo disfacimento comporterebbe per i singoli Stati regresso e il sorgere di gravi nuove difficoltà economiche, finanziarie, monetarie, oltre la perdita di consistenza nei rapporti internazionali e lo smarrimento dato dalla caduta di quel sogno che aveva assecondato la nascita progressiva dell’Unione. Dunque, l’Unione europea va salvata. Ma ciò non esclude che essa meriti critiche e che abbia necessità di consistenti cambiamenti ed evoluzioni., sia nelle strutture che nelle regole e nei compiti.
Evoluzione delle istituzioni
E dei rapporti tra gli Stati membri
Il sistema attuale è frutto di malcelata diffidenza reciproca; infatti mortifica la rilevanza del voto degli elettori europei, sottraendo al Parlamento, in favore di organi di governo degli Stati membri (che compongono il Consiglio europeo e il Consiglio dell’Unione europea), poteri rilevanti in ordine agli indirizzi della politica, alla costituzione del governo e all’esercizio del potere legislativo. Ciò ha comportato che il riferimento all’interesse comune, quello dell’intera Unione, spesso non sia emerso e il sistema decisionale, connotato da confronti conflittuali tra interessi dei singoli Stati, abbia portato a provvedimenti condizionati da interessi individuali, con la prevalenza dei poteri forti, non rispondenti alle esigenze dell’Unione. Inoltre, il condizionamento dato dal sistema al Parlamento ha comportato il convincimento che le decisioni si sarebbero formate piuttosto nell’ambito dei confronti di forza negli organi costituiti dalle cariche governative dei singoli membri e che le elezioni del Parlamento fossero di poca importanza. Convincimento che ha determinato scelte di poca qualità, da parte sia dei partiti nella formazione delle liste, sia degli elettori nella partecipazione e nella scelta del voto.
Le conseguenze derivate da questi aspetti negativi hanno finalmente determinato la consapevolezza che, se si voglia salvare e dare rilevanza internazionale all’Unione europea, devono intervenire due innovazioni fondamentali: 1) mandare al Parlamento persone che diano affidamento in ordine alle competenze occorrenti e alla attitudine, libera, a curare l’interesse generale dell’Unione; 2) riformare la governance in modo che si faccia un salto di qualità, si abbandoni la diffidenza e si diano all’Unione i poteri perché si passi dalla conflittualità tra interessi individuali alla cooperazione nella cura dell’interesse comune. Questi sono i presupposti per consentire che nei vari settori i singoli provvedimenti abbiano concreta capacità attuativa e siano funzionali alla concorde crescita dell’Unione.
Dunque, intanto è augurabile che per le prossime elezioni i partiti rispondano al primo presupposto, formino liste di candidati che abbiano le qualità richieste, realizzino in sede nazionale le unioni tra partiti e movimenti sociali che abbiano concordanza di orientamento, scelgano con i partiti europei coerenti collegamenti e anche il comune candidato alla presidenza della Commissione, diano agli elettori sufficiente conoscenza di questi elementi, e anche delle linee che determinano l’orientamento politico e dei programmi concreti. Ciò consentirà agli elettori una scelta informata e li indurrà alla partecipazione; inoltre, potrà eliminare i presupposti, di negatività e disinformazione, che favoriscono populismo e sovranismo.
Quanto all’evoluzione, l’Unione deve tendere ad ampliare l’integrazione, fino alla adozione di un modello federale; che lasci persistere identità e spazi di autonomia ai singoli Stati, particolarmente sul piano esecutivo, ma comporti delega di sovranità che metta le istituzioni centrali in condizione di curare, al di sopra degli interessi particolari, l’integrazione tra gli Stati membri e l’interesse comune a che al progresso della Unione si accompagni la convergenza dei singoli Stati verso condizioni di pari progresso e benessere. Dunque, la delega deve consentire all’Unione di intervenire e disporre in ogni settore, con provvedimenti dettagliati ed esecutivi o, secondo l’occorrenza, con direttive di massima.
Ma è essenziale che la delega venga usata con criteri di proporzionalità e di flessibilità; quelle attenzioni che occorrono perchè i provvedimenti, articolati e adattati secondo le peculiarità e le condizioni dei singoli Stati, possano rispondere al suddetto interesse superiore, dell’intera Unione, a realizzare integrazione e comune progresso di tutti gli Stati membri. Trattasi di quella flessibilità che è mancata finora nelle regole e che solo in parte ha trovato spazi con giustificazioni forzate. L’imposizione di regole rigide, uguali per tutti, ha avuto la conseguenza di aggravare le difficoltà di alcuni Paesi, costringerli a inutili sacrifici, mantenerli in condizioni di inadempienza alle normative comunitarie, creare sfiducia nei loro confronti e conseguenti reazioni ostili del mercato. Condizioni che hanno anche reso tali Paesi facile preda di speculazioni e concorrenza, e purtroppo disponibili, per reazione, ad assecondare politiche populiste e sovraniste. Se non si voglia persistere in questi errori e nelle sue gravi conseguenze, l’Unione europea deve cambiare totalmente la sua cultura di base e modificare gli orientamenti e le normative ad essa legati.
Accogliere uno Stato nell’Unione deve comportare il compito, dell’Unione e degli altri Stati membri, di: 1) prescindere dai motivi che lo abbiano portato a eventuali condizioni di divario, difficoltà o comunque di inferiorità rispetto agli altri Stati; infatti, è errato far valere eventuali colpevolezze pregresse per giustificare un regolamento di rapporti che ostacola il necessario progresso comune e determina l’aggravarsi di disuguaglianze dannose anche per l’intera Unione; 2) eliminare nei suoi confronti qualunque comportamento, all’interno dell’Unione, che approfitti dello stato di difficoltà con atti di speculazione e/o concorrenza sleale, ostile o comunque causa di ulteriore danno alla sua economia; 3) aiutarlo, con tutte le sovvenzioni, interventi e flessibilità nell’applicazione delle normative; affinchè possa attivare le innovazioni che gli consentano di superare le condizioni di difficoltà e inferiorità, per pervenire progressivamente, nell’interesse suo e dell’intera Comunità, a condizioni di vita, di stabilità e di progresso in armonia con le migliori condizioni comunitarie; 4) dare concreto segno di stima e importanza a tutti gli Stati, anche nuovi arrivati, piccoli o in difficoltà che siano, coinvolgendoli in ogni iniziativa ed evitando quegli atteggiamenti discriminatori che sembrano distinguere e far valere categorie diverse tra i membri dell’Unione.
Tale compito in concreto comporta che: 1) nell’ambito europeo debbano essere eliminati quei vari meccanismi concorrenziali sleali che alcuni Stati hanno attivato per procurarsi, a danno di altri membri dell’Unione, afflusso di capitali, di imprese e di capitale umano (trattamento fiscale di favore, riconoscimenti fittizi di residenze e cittadinanze, corrispettivi maggiorati appositamente per professionisti); 2) si debba impedire che attività economiche strategiche o comunque rilevanti al mantenimento di settori economici diventino preda degli Stati più forti; e ottenere che i Paesi in condizioni di rilevante avanzo commerciale piuttosto incrementino i consumi interni; 3) si impedisca che anche la concorrenza lecita si risolva in danno strutturale di settori economici del Paese che versa in condizioni di difficoltà; 4) di conseguenza, tutte le normative in atto, relative al sistema bancario, agli obblighi sul rapporto tra deficit e Pil e sul rapporto tra debito e Pil (il fiscal compact), al divieto di aiuto alle imprese, agli obblighi di consentire l’intervento degli altri Paesi nelle gare d’appalto per affidamenti di lavori o servizi, debbano essere riviste in modo da prevedere le eccezioni e la flessibilità occorrenti per tutelare e aiutare i Paesi che versino in condizioni di divario che comporti difficoltà; 5) in linea generale, dunque, si comprenda, anche in forza dell’esperienza, che le difficoltà economiche, finanziarie e strutturali di un Paese possono risolversi, piuttosto che con l’applicazione rigida di norme di austerità, consentendo innovazioni strutturali capaci di rianimare l’economia reale e aumentare anzitutto il Pil, e quindi adottando quella normativa che solo attraverso rapporti interni di protezione, solidarietà e flessibilità mette il Paese in grado di reagire con una politica economica adeguata; 6) naturalmente, anche gli aiuti finanziari devono intervenire in termini adeguati alle occorrenze, con fondi gratuiti dell’Unione che partecipino a sostegno dei progetti innovativi; e anche, occorrendo, con prestiti a tasso agevolato, preferibilmente sempre con fondi comunitari e, in ipotesi di intervento degli enti internazionali, senza applicazione di condizioni che ne rendano l’uso impossibile o insostenibile; 7) l’intera Unione adotti conformi provvedimenti quando quelli adottati dal Paese in difficoltà, funzionali a risolvere cause del divario, non possano essere efficaci ed anzi rischino di creare nuovi danni in mancanza di uniformità. Si pensi, in concreto, all’ipotesi che l’Italia torni a limitare a 100,00 euro l’uso del contante, per contrastare l’evasione (recuperando utilissime somme immense) e anche la criminalità: in difetto di uniformità si verificherebbero rilevanti fughe economiche verso gli altri Stati dell’Unione, i quali, poi, anche se di proporzioni minori, hanno lo stesso interesse a quelle lotte.
E’ evidente come queste qualificanti innovazioni nei rapporti interni presuppongano che anche i Paesi bisognosi di aiuto e flessibilità debbano rendersi disponibili a esaminare i punti e le cause del loro divario e concordare con le istituzioni centrali un piano concreto di interventi strutturali e innovazioni occorrenti; tendenti da un lato a rimuovere tutte le cause che concorrono a determinare i problemi e d’altro lato a utilizzare aiuti e flessibilità per innescare anzitutto un significativo miglioramento del Pil, idoneo ad incrementare le disponibilità per le altre innovazioni necessarie. Disponibilità e impegno che non devono essere resistiti quale perdita di libertà e di sovranità; nel presupposto che i sostegni dell’Unione li rendano sostenibili e funzionali al progresso del Paese e di tutta la Comunità. E’ pure evidente che particolari aiuti e flessibilità debbano trovare applicazione solo per risolvere situazioni di difficoltà preesistenti all’introduzione delle nuove normative sui rapporti interni o che intervengano successivamente per cause non imputabili a cattiva gestione; ed è evidente che debbano cessare se il Paese si renda responsabile di grave inadempimento nell’attuazione di quanto concordato con gli organi centrali e da questi sostenuto. Con riferimento alle normative in atto e alle innovazioni che vengono attualmente accennate in sede europea conseguono, alle esigenze suddette, i seguenti ulteriori rilievi. La concorrenza all’interno dell’Unione deve diventare, in linea generale, funzionale allo stimolo migliorativo per le imprese, lecita, non ostile, contenuta nei limiti che non realizzino condizione di monopolio o comunque dominante, tale che, anche se lecita, non si risolva in danno grave di settori produttivi, sia proporzionale e flessibile ove occorra, sempre funzionale all’interesse comune dell’intera Unione, a sviluppare una crescente integrazione e un progresso comune e armonioso. In tale contesto, l’innovazione alle regole dell’anti trust richiesta da Germania e Francia, perché si possa consentire alle grandi imprese, quelle attive normalmente in ambito planetario, di acquisire, attraverso fusioni e/o acquisizioni, capacità competitiva adeguata a tale livello, merita approvazione; ma a condizione che ciò non crei problemi nei rapporti interni. Meritevole di approvazione è anche l’iniziativa di estendere il diritto di veto difensivo (il golden power) a settori e imprese di rilevanza strategica per l’economia degli Stati membri dell’Unione, per impedire acquisizioni extracomunitarie. Anche l’intenzione di pervenire ad una più integrata Unione bancaria è positiva; infatti sono positivi sia l’attenzione alla riduzione dei rischi che il potenziamento del fondo unico di risoluzione (l’Srm) attraverso maggior sostegno da parte del meccanismo europeo di stabilità (l’Esm, fondo salva Stati). Invece il bail in, che esclude aiuti esterni alla banca in crisi, si pone in contrasto con l’esigenza di flessibilità di cui sopra; ma comunque sembra superato da recente decisione giudiziale, anche se limitatamente a salvataggio che provenga dal sistema bancario. Quanto all’idea di istituire un bilancio proprio della zona euro, per sostenere i Paesi membri nella ricerca di convergenza e competitività, lo scopo è positivo e da assecondare; ma non è condivisibile la condizione che, fedele alla cultura dell’austerità, pretende che lo Stato richiedente il sostegno sia a posto con bilancio e relative regole (ad oggi uguali per tutti gli Stati). Traspare, in tale condizione, la resistenza a qualunque innovazione che possa comportare una responsabilità comune e solidale in ordine sia ai depositi che ai debiti pubblici. Infatti, per la ristrutturazione di debiti pubblici non sostenibili è stata ipotizzata una apposita trasformazione del Fondo salva Stati, che interverrebbe a sostegno delle ristrutturazioni, garantito nella sua esposizione da una assicurazione con premi pagati dai singoli Stati membri. Ciò consentirebbe agli Stati di fare investimenti strutturali senza che i debiti assunti verso il Fondo vengano calcolati nel deficit. Il meccanismo sembra meritevole, presentandosi come tentativo di rendere solidali, e quindi non pericolosi e non rilevanti in ordine al deficit, i debiti che consentono le ristrutturazioni; ma tale solidarietà in realtà non esiste, o quantomeno è molto ridimensionata, dal momento che il meccanismo prevede anche che l’entità del premio si debba diversificare secondo il rischio di ogni singolo Paese. Dunque, ritornano discrimine e divario e nella sostanza persiste la resistenza, particolarmente da parte della Germania, a condividere i rischi di posizioni debitorie che siano pericolosamente fuori dai parametri fissati. Ma è nell’interesse dell’Unione che queste situazioni vengano riportate in condizione di armonia e tranquillità; e, se si assuma la nuova cultura di cui sopra si è detto e si concordino, tra Unione e Paese assistito, i provvedimenti idonei a risanare le cause delle difficoltà, in tale ambito anche la condivisione dei rischi non avrebbe motivo di essere temuta e potrebbe così concorrere a generalizzare condizioni di equilibrio e fiducia, essenziali perché il mercato e i capitali rispondano positivamente in funzione di una adeguata ripresa dell’economia reale.
In conclusione, è necessario che si abbandoni la cultura della conflittualità e della concorrenza interna in funzione di egoismi nazionali, è necessario assecondare l’esigenza che l’interesse dei singoli membri si realizzi nell’ambito dell’interesse superiore, quello dell’Unione; pertanto occorre coesione, convergenza, solidarietà, fiducia reciproca; occorre abbandonare diritti di veto e esigenza di unanimità, che tradiscono la sfiducia imperante, ostacolano il progresso o lo deteriorano con compromessi che si risolvono spesso in mancate decisioni; occorre che la dimensione sovranazionale assuma rilevanza nella struttura istituzionale e nelle regole.
Ciò richiede intanto che la Commissione, come organo di governo, e il Parlamento, quale potere legislativo, riprendano a svolgere effettivamente i compiti di loro competenza, con cura degli interessi generali dell’Unione; compiti che certamente risulterebbero facilitati da elezioni svolte come sopra suggerito e che dovrebbero anche comportare una riduzione dei poteri del Consiglio europeo. Infatti il potere di questo organo, di essere determinante nella scelta e nella nomina dei commissari e di dare indirizzo generale alle politiche europee, si risolve in una subordinazione della Commissione alle sue decisioni; le quali, visto che il Consiglio è composto dalle massime autorità governative dei singoli Stati membri, non possono che risultare dettate principalmente dagli interessi di ciascun Paese piuttosto che dall’interesse superiore dell’Unione; e comunque sono decisioni autonome e indipendenti rispetto all’esito elettorale che ha costituito il Parlamento. Si ritiene dunque che il Consiglio europeo dovrebbe avere solo compiti essenzialmente consultivi, per dare agli altri organi la conoscenza, certamente molto importante, delle condizioni e degli interessi dei singoli Stati, e dell’indirizzo generale che le politiche europee dovrebbero avere per rispondere a tali condizioni e interessi. Ciò, affinché le decisioni del Parlamento, nell’approvazione e nomina dei commissari e nella specificazione concreta della politica aderente alla sua maggioranza, tenga nella dovuta considerazione anche le peculiarità e le esigenze dei singoli Stati. Anche il Consiglio dell’Unione Europea manifesta la diffidenza verso le scelte degli elettori e le capacità degli eletti; infatti è composto dai ministri degli Stati membri, con i quali, secondo la materia in esame, interviene sulla formazione delle leggi, condividendo col Parlamento, come “camera alta”, il potere legislativo. Anche in questo caso il loro apporto non può che rispecchiare interessi di parte, con la conseguente prevalenza degli Stati membri più forti; dunque, anche il compito di questo organo dovrebbe essere ridimensionato, convertendolo in quello di dare al Parlamento, con informazioni e pareri non vincolanti, conoscenza delle esigenze e degli interessi dei singoli Stati nel settore ogni volta in esame, e l’orientamento che, secondo loro, le delibere dovrebbero avere perché la cura dell’interesse comune non si ponga in contrasto con gli interessi particolari dei membri dell’Unione. In conclusione, intanto coscienza dell’importanza di salvare e far progredire l’Unione europea, scelta idonea dei candidati, informativa che consenta agli elettori partecipazione e voto informato; quali premesse alle quali far seguire, nella nuova legislazione, il coraggio di abbandonare diffidenza, conflittualità in funzione di interessi individuali, conseguente riserva gelosa di poteri agli organi governativi dei singoli membri; e si proceda verso una integrazione completa. Una integrazione capace di essere anche armoniosa, solidale e flessibile con le parti in difficoltà, sempre funzionale all’interesse e al bene comune, in evoluzione verso il modello federale. Al quale, intanto, sono propedeutiche le suddette innovazioni sui poteri degli organi attuali, da adottare in attesa che una Costituzione completi la transizione. Costituzione che dovrà specificare delega di sovranità degli Stati membri, ambito di loro autonomia, struttura di organi e istituzioni pubbliche e naturalmente l’orientamento della politica in tutti i settori, particolarmente in campo economico, sociale, ambientale, difesa, immigrazione, rapporti internazionali. Inoltre, nella determinazione di tale struttura non dovrà mancare una particolare attenzione all’esigenza di assicurare all’Unione conoscenza e partecipazione sociale. Conoscenza intesa, oltre quella data dai due organi sopra esaminati, come capacità di discernimento in ordine a cause, effetti, opportunità relativi a problemi da affrontare e provvedimenti da adottare, fornita da eccellenze dei vari settori e occorrente perché le decisioni e i provvedimenti, sebbene proposti dalla politica, siano sempre consapevoli, illuminati, lungimiranti, fattibili e realmente funzionali all’interesse che si voglia realizzare. Ma conoscenza intesa anche come contatto diretto con la società civile, stabilito e strutturato in modo che assicuri l’aderenza costante alle esigenze e all’evoluzione espresse direttamente dai cittadini europei, spesso percepite in grave ritardo dalla politica. Inoltre, partecipazione della società civile assicurata anche in termini organico e istituzionale che diano effettiva possibilità alle sue espressioni associative di essere consultate e formulare richieste che vengano esaminate e valutate.
Quanto alla difesa, è in atto una costante sollecitazione da parte di Francia e Germania alla formazione di un esercito europeo. La proposta è sostenuta evidenziando che il crescente disimpegno degli USA, la crescita della Cina, la corsa generalizzata agli armamenti e la crescita di conflitti sia attuali che in prospettiva, comportano per l’Unione europea l’esigenza di adeguarsi militarmente e non rimanere in condizioni di inferiorità sul piano difensivo e del prestigio. E’, questa, un’ottica di individualismo, di rapporti internazionali basati su conflittualità e confronti di forza, di prestigio fondato anche sulla forza militare. Ottica che non può condividersi, se si voglia aspirare e operare perché quell’armonia da rafforzare in Europa si estenda anche in sede internazionale, in ambito planetario. E, se è vero che la delusione subentrata all’entusiasmo per la globalizzazione, le conseguenti tendenze alle chiusure, il sorgere di muri, nazionalismi e sovranismi determinano rapporti conflittuali e confronti di forza e di potere, anche militare, è vero pure che tutto ciò è derivato da una serie di errori, da una globalizzazione non regolata e non moderata che ha aperto il campo planetario ad un sistema economico costituito da capitalismo, liberismo e speculazioni finanziarie, responsabile della crisi dell’economia reale e delle conseguenze seguite in tutti i settori della vita economica e sociale, prime fra tutte povertà, disuguaglianze, disoccupazione, sacrificio dei giovani, recessione economica e regressione sociale. Dunque, la reazione che risponde all’istinto della fuga, della chiusura, dell’individualismo e del rafforzamento dell’azione armata di difesa e di attacco, è assolutamente sbagliata, perché accentua l’impostazione conflittuale dei rapporti, indebolisce le singole economie, accentua rapporti di forza e disuguaglianze, demolisce ulteriormente le speranze di cooperazione nella soluzione di problemi ormai planetari, quali sostenibilità ambientale, clima, terrorismo. E, quanto alle armi, è noto che più ce ne sono e più aumentano i conflitti armati, perché sono fatte per essere usate, da chi le produce o da chi le acquista; e dunque con la loro crescita anche il disarmo, specialmente quello nucleare, perde ogni prospettiva di progresso. Allora, è evidente che la risposta giusta non può che essere quella di rimuovere le cause, invece di aggravarle; regolamentare la globalizzazione e cooperare per un sistema economico capace di rilanciare l’economia reale, creare giustizia sociale e sostenibilità ambientale. Gli elementi di cooperazione, solidarietà, e anche di conseguente gestione unificata che comporta cessione di sovranità, da sviluppare nell’Unione europea, occorrono anche in campo planetario e le singole entità politiche, come l’Unione Europea, devono collaborare per estenderle, anche con l’esempio. Dunque, in tali esigenze, l’esercito europeo può avere significato ed effetto positivo solo se comporti maggiore integrazione e delega nei rapporti tra i Paesi membri; nel senso che l’attuazione dell’esigenza di avere un esercito non abbia più senso per i singoli Paesi e sia delegata all’Unione, che pertanto i singoli membri non abbiano più il loro personale esercito (acquistando così enormi disponibilità in fatto di bilancio) e mantengano attiva solo la ricerca, sempre utile anche per le ricadute in sede civile, ed una eventuale limitata partecipazione nella produzione di armi che servano all’Unione; comporti, inoltre, che l’Unione contenga il suo nuovo esercito nei limiti occorrenti agli obblighi di solidarietà in ambito internazionale (oggi partecipazione alla NATO, domani, come augurabile, quota di partecipazione richiesta dall’ONU, o altra organizzazione sovranazionale, unica, nell’intero pianeta, che abbia titolarità e disponibilità di armamenti ed esercito). A queste condizioni, nei rapporti interni all’Unione e in quelli funzionali al futuro da mostrare e proporre nei rapporti planetari, l’esercito europeo può essere condivisibile e da assecondare.
Quanto alla immigrazione, che ha creato problemi e disaccordi, è necessario che la soluzione porti il segno della dimensione sovranazionale, capace di comporre i conflitti, assicurare la dovuta solidarietà agli immigrati e realizzare le opportunità che il fenomeno offre al bene comune dell’Unione. Dunque, i punti di accesso, sia marittimi che terrestri, devono essere considerati come confini dell’Unione, e a questa compete la gestione del fenomeno, qualunque sia il punto di accesso interessato. Ciò, sia in ordine alla difesa del confine che alla gestione del flusso immigratorio. Dunque, l’Unione, con le sue istituzioni, deve attivarsi coordinandosi con i singoli Stati, disponendo una equa loro partecipazione con precisi compiti, organizzazioni e costi, in relazione a tutte le fasi dell’accoglienza (soccorso in mare, scelta del porto, primo soccorso, riconoscimenti, distinzione tra immigrati da accogliere e immigrati da respingere, ripartizione in quote da assegnare ai singoli Stati per accoglimento finale e integrazione). Il tutto perché si dia la giusta risposta di accoglienza e integrazione a chi fugge da guerre, violenze e anche fame, e d’altro lato si tenga conto delle diverse capacità partecipative, determinate da condizioni ed esigenze dei singoli Stati dell’Unione. Inoltre, l’Europa deve intervenire nei luoghi di fuga e nei Paesi attraversati dagli immigrati per eliminare progressivamente le cause del fenomeno e favorire l’accoglimento anche da parte dei Paesi attraversati. Compito, questo, che intanto comporta esborsi finanziari, ma che non può limitarsi a semplici elargizioni finanziarie per ottenere la collaborazione di detti Paesi (non sempre fedeli alle promesse); infatti occorrono anche provvedimenti radicali di giustizia sociale che, sollecitati e collaborati anche a livello internazionale, costituiscano comune risposta all’obbligo risarcitorio relativo allo sfruttamento coloniale, siano in grado di rimuovere le condizioni di miseria e di degrado generale attraverso infrastrutture, economia reale, occupazione e servizi. Compito di giustizia sociale planetaria che deve vedere anche la cessazione del persistente sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo, e anche delle terre, ad esclusivo vantaggio delle multinazionali. Occorre che anche queste accettino la giusta ripartizione dei rendimenti in favore del personale locale che vi lavora e delle comunità dei territori interessati. E occorre pure, perché il tutto funzioni come dovuto, che anche gli Stati, specialmente se membri dell’Unione, cessino di contrastarsi, con manovre più o meno appariscenti, per prevalere in rapporto privilegiato nello sfruttamento delle ricchezze di quei territori. Questi conflitti devono cessare, per tutte le ragioni di solidarietà, cooperazione, interessi superiori e doveri di cui si è detto, e perché hanno notevole rilevanza nel fallimento ricorrente dei tentativi di gestione del fenomeno immigrazione. Funzionale alla cessazione di questi conflitti è certamente la nascita di una politica estera unitaria, collaborata da tutti i membri nell’interesse dell’Unione. Politica che oggi non esiste e che i poteri centrali devono avere la forza di creare. Inoltre, vanno decisamente combattute le indegne varie forme di sfruttamento e tortura che sono sorte a rendere doppiamente tragico il fenomeno dell’immigrazione. E anche sotto questo aspetto servono interventi realmente efficaci, possibili solo se tutti i membri dell’Unione siano determinati e solidali, e capaci di ottenere consenso e collaborazione anche a livello internazionale. Non si può più permettere che nei centri di raccolta che precedono l’ingresso nell’Unione vengano usate forme indegne di violenza e tortura; non si può accettare che gli immigrati siano costretti a corrispondere somme rilevanti, spesso frutto di sacrifici dei loro familiari, per poi essere avviati verso la morte in mare su mezzi stracarichi e destinati ad affondare; né deve essere possibile che il doveroso salvataggio in mare divenga, anch’esso, occasione di contrasti o di lucro. Stroncare questi fenomeni è dovuto e possibile; dunque, Unione e Paesi e istituzioni che si dichiarano forti e civili adottino tutti gli interventi che occorrono per stroncarli. Infine, è doveroso, oltre che opportuno, che accoglienza e integrazione siano estese anche a chi fugge da condizioni economiche insostenibili, qualunque ne sia la causa; doveroso per solidarietà umana e esigenza di riparazione ai periodi di dominio coloniale, opportuno anche per colmare il vuoto di natalità e il conseguente invecchiamento sociale. Per gli stessi motivi, è tempo che l’Unione regoli in modo uniforme tutte le ipotesi e condizioni in cui debba riconoscersi la cittadinanza; particolarmente in favore dei tanti giovani che, oltre la nascita, possono vantare una significativa integrazione sotto gli aspetti scolastico, culturale e sociale.